07-12-2009Community » Blog » Attento ai fantasmi! »
Sono molteplici e multiforme i sistemi di coaching, counselling o auto-aiuto che si concentrano su una problematica per cercare di “risolverla”. Tuttavia questo modus operandi orientato al “cambiamento” si trasforma spesso in un’arma a doppio taglio.
Chi conosce qualcosa di coaching e costruttivismo sa che se cerchiamo di risolvere un problema considerandolo tale, spesso, ne generiamo uno ancora più rilevante: si chiama “compensazione”. Così una volta trovata la “soluzione fantasma” (soluzione a un problema che in realtà... non esiste) al “problema fantasma” (il problema che... non esiste), essa diventerà la causa reale di problemi reali (e non), generalmente opposti e spesso anche peggiori (dal nostro punto di vista, che è rimasto immutato) del precedente.
Esempio? Se l’atleta desidera aumentare la forza nelle sue gambe per saltare più in alto e considera questo un "problema" che richiede una "soluzione", potrebbe decidere di allenarsi il doppio (non è così infrequente) e così precipitare in quello che si chiama “sovrallenamento”, con tutte le conseguenze del caso. La semplice semantica della parola "problema" molto spesso non pone l'essere umano nella "posizione" di osservare le cose dal punto di vista più produttivo.
Forse, se l’atleta si fosse semplicemente allenato meglio (e magari meno), avrebbe ottenuto risultati maggiori: avrebbe semplicemente ottimizzato le sue azioni, la sua neurologia e la sua fisiologia.
Dire che “il problema contiene la soluzione” è un canone fulcro del miglioramento personale e del coaching, ma non è così scontato comprendere davvero la profondità di questa famosa affermazione. Cambiare il punto di vista signfica “riequilibrare”. Il “problema” non esiste nella realtà fisica, non c’è nulla nella realtà esterna che si possa chiamare “problema”: nella realtà interna, invece, ne possiamo plasmare quanti vogliamo… di “problemi”.
Sembrerà retorica, ma se le nostre tensioni sono localizzate (anche fisicamente) nella nostra testa e nel nostro corpo, allora la soluzione non è mai correggere ma prima di tutto smettere di considerare questo “problema fantasma” come un problema reale, e trasformarlo in un'opportunità: “la causalità lineare è una superstizione!”
Quindi, attento ai fantasmi, la prossima volta che ci capita di voler risolvere qualcosa, proviamo a riflettere sul fatto che molte volte la soluzione è nascosta nella semplificazione: una soluzione efficace dovrebbe farci “respirare meglio”, cioè portarci in una direzione di maggior comfort e dovrebbe essere ancora valida qualora si dovesse ripresentare una situazione simile a quella che ha dato via al processo di formazione del “problema”.
Marco De Filippo






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